Recensioni (a modo mio)

Noi donne di Teheran – Farian Sabahi

Noi donne di Teheran“, di Farian Sabahi, tira dentro tutte quelle persone che pretendono più diritti, uguaglianza, giustizia.

La trama: Noi donne di Teheran

Noi donne di Teheran”, di Farian Sabahi, edito da Jouvence, si divide in due parti: la prima in cui Farian Sabahi racconta di un paese, l’Iran, intriso di violenza, ma anche potenzialmente molto bello e molto affascinante, un paese in cui il regime autoritario si abbatte sul popolo senza lasciare spiragli di luce, una lotta infinita, una lotta asimmetrica; 

mentre dall’altra parte vediamo diverse interviste fatte a Shirin Ebadi, avvocatessa e pacifista iraniana, premiata il 10 dicembre 2003, per gli sforzi e l’impegno per la democrazia e i diritti umani. 

Cosa ruota intorno a queste donne e a molte altre? La libertà. 

Recensione: Noi donne di Teheran

Quando ci fu la notizia di Mahsa Amini, mi si spense il cuore per un attimo. 

Mi è difficile credere a cose così atroci e sento sempre, ogni volta, il bisogno di sentire cosa hanno provato: il dolore, la paura, la solitudine. 

Sento come se per arrivare a un grado di conoscenza in più, io debba sentirle. Ma io non sono loro e ciò che provano o hanno provato non è immaginabile. 

In Iran, dopo il caso di Mahsa Amini, è scoppiata la rivoluzione, in cui sono morte altre persone e che portano avanti non solo le donne, ma anche gli uomini: quando una cosa è ingiusta, va combattuta dalle persone, prima che dai sessi. 

Noi donne di Teheran”, di Farian Sabahi, parla di ciò che hanno dovuto passare, anche con la rivoluzione del 1979, per arrivare fino a qua, nonostante quel “fino a qua” non basti nemmeno lontanamente; parla di vincite e di perdite, di lacerazioni e di ferite ricucite; parla della differenza tra una donna di Teheran e una donna d’Occidente. 

Ci sono molte cose che noi diamo per scontato in maniera spontanea: come fare sport con indumenti che mostrano parti di pelle, avere i capelli non coperti dal velo, poter uscire dal proprio Paese senza dover chiedere il permesso di nessuno. Queste cose noi le facciamo in automatico, senza preoccuparci di nulla al di fuori di noi, ma non tutte possono permettersi di scegliere se farle o no. Ed è questo ad essere sbagliato. 

Non è sbagliato portare avanti qualcosa in cui si crede (anche se ritengo sempre che i credi e le religioni hanno portato più morte che altro), ma portarlo avanti in maniera obbligatoria. 

Questo è sbagliato. 

Per questo le donne si tagliano i capelli, si tolgono e bruciano il velo, urlano “Zan, zendeghì, azadì”, che significa “Donna, vita, libertà”: sono gesti che vogliono la ribellione a imposizioni brutali e soffocanti. 

Farian Sabahi, in “Noi donne di Teheran“, lo fa intendere, poi lo dice, poi lo urla, perché tutte dovremmo poterci permettere di scegliere, senza che le scelte possano diventare una sentenza di morte. 

Di “Noi donne di Teheran” mi è piaciuto soprattutto il punto di vista personale della scrittrice stessa, Farian Sabahi, perché prende la storia e la mostra sotto agli occhi di tutti e perché si fa portavoce di tutto quello che sta succedendo e che è successo tanti anni fa. 

Noi donne di Teheran” ha una scrittura sciolta, regolare, senza scaglioni di pesantezza. 

Ci mostra un’altra realtà, che deve essere vista, soppesata, combattuta, parlata. 

Un libro che dona un’infarinatura generale di cosa può essere successo o di cosa sta succedendo in questo momento. 

Non è un libro che scava in profondità nei meandri di una storia molto più radicata, ma fa capire, in superficie, che seppur noi possiamo aiutare, solo gli iraniani potranno essere il loro cambiamento.

Conclusione

Se vorreste scoprire di più e vorreste partire con qualcosa di leggero, “Noi donne di Teheran” potrebbe essere il volume giusto. Per gli approfondimenti, dedicherò un’altra recensione.